Ictus Cerebrale: Scopriamolo insieme
29 Ottobre 2023 | Approfindimenti
Il 29 Ottobre ricorre la Giornata Mondiale dell’Ictus, ma di cosa si tratta?
In questo articolo cercheremo di approfondire le cause e le conseguenze dell’ictus cerebrale e il ruolo dello psicologo in questo ambito.
Definizione
Con il termine ictus cerebrale si fa riferimento a una condizione acuta che segue a due probabili cause: un’ischemia, ossia la riduzione di afflusso di sangue al cervello, oppure un’emorragia, la condizione opposta, in cui vi è la rottura di un’arteria cerebrale. In entrambi i casi vi è un’alterazione della funzionalità delle cellule cerebrali.
Ambedue le situazioni comportano seri rischi per la salute e un intervento tempestivo è fondamentale per la prognosi del soggetto.
Cause e Prevenzione
L’ictus cerebrale è ad oggi la seconda causa di morte e la terza causa di disabilità più diffusa al Mondo.
I dati a riguardo sono impressionanti (https://www.salute.gov.it), ecco perché è fondamentale sfruttare gli eventi come le Giornate Mondiali per sensibilizzare in modo approfondito sull’argomento.
Le cause e i fattori di rischio che possono essere ricondotte agli ictus, indipendentemente dalla tipologia, sono molteplici e possiamo distinguerli in:
- Non modificabili: ossia che non dipendono da un’azione attiva del soggetto. Sono ad esempio il genere (il sesso maschile è di solito più colpito), l’età (l’incidenza raddoppia per ogni decade dopo i 55 anni), l’etnia (ispanici e afroamericani sembrano più soggetti), i fattori genetici (es. patologie vascolari).
- Modificabili: che dipendono dallo stile di vita del soggetto e che possono essere fondamentali nel proteggere grazie ad un’accurata prevenzione. Vi troviamo: costante attività fisica e corretta alimentazione (anche solo una passeggiata a ritmo sostenuto al giorno e la nostra famosa “dieta mediterranea” possono fare la differenza su una vita sedentaria!), limitare il consumo di alcol e sigarette, tenere sotto controllo il diabete, il colesterolo e l’ipertensione arteriosa (con controlli annuali!), ed infine limitare le situazioni stressanti.
Una lista di aspetti facili da elencare ma difficili da mettere in pratica con costanza. L’obiettivo della sensibilizzazione e della prevenzione punta a mettere in luce queste difficoltà attuando percorsi medici e psicologici quanto più su misura del paziente… insomma come si suol dire “prevenire è meglio che curare!”
Sintomi
Tra i primissimi sintomi che devono allertarci sono la comparsa improvvisa di difficoltà a parlare, a muovere una parte del corpo e a vedere nitidamente. Ma analizziamoli nel dettaglio:
- Difficoltà nel linguaggio: improvvisa incapacità a parlare, farsi capire e produrre frasi di senso compiuto.
- Deficit di forza e/o sensibilità: una parte del corpo diventa più debole, basterà provare ad alzare entrambe le braccia per notarlo. Lo stesso accade ai muscoli del volto: una parte della bocca (rima labiale) risulterà deviata verso il basso. Al deficit di forza e sensibilità può associarsi una vera e propria paresi improvvisa (sempre unilaterale).
- Problemi di equilibrio e deambulazione: dalla improvvisa difficoltà a coordinare i movimenti alla perdita di forza nelle gambe durante la deambulazione.
- Problemi di vista: la visione può risultare alterata, annebbiata o addirittura può venire meno una porzione di campo visivo.
- Stato confusionale
Se si avverte o si nota in qualcuno anche solo uno di questi sintomi, comparsi improvvisamente ed in modo acuto, chiamare immediatamente il numero unico delle emergenze 112.
Più l’intervento dei soccorsi sarà veloce maggiore sarà la probabilità di intervenire in tempo tempestivo ed accurato.
I sintomi sopra esposti possono anche comparire acutamente ma risolversi spontaneamente entro 24 ore, senza lasciare gravi sequele. In questo caso si parla di Attacco Ischemico Transitorio (TIA), che è bene che giunga ugualmente all’attenzione medica perché potrebbe essere un campanello di allarme da non sottovalutare.
Ricapitolando, per memorizzare i sintomi precoci che devono farci sospettare di un ictus cerebrale potremmo utilizzare il diffuso acronimo FAST (che dall’inglese significa appunto “velocità”):
F: Face (= faccia), chiedendo di sorridere si potrà notare un eventuale deviazione della bocca o la
presenza di una paresi.
A: Arms (= braccia), cercando di sollevare entrambe le braccia, si riuscirà a muoverne solo una.
S: Speech (= parola), il linguaggio risulterà difficoltoso.
T: Time (= Tempo), se si osserva anche solo uno di questi sintomi improvvisi, chiamare immediatamente il 112.
Conseguenze e possibili interventi riabilitativi
Superate le fasi acute, dove il tempestivo intervento di medici di primo soccorso e personale dei reparti di Stroke Unit è fondamentale, si può iniziare a programmare un intervento riabilitativo.
Le conseguenze dell’ictus, infatti, sono molteplici e riguardano compromissioni funzionali diffuse a diversi livelli di gravità.
Data la complessità dell’evento, è bene affidarsi a professionisti sanitari specializzati che possono seguire il paziente sia nelle fasi acute e subacute, in cui è ancora ricoverato in ospedale, che nelle fasi acute, dove è fondamentale progettare un efficiente rientro a casa ed al lavoro.
Tra le sequele fisiche troviamo, ad esempio, paresi (in genere unilaterali) e difficoltà di forza e movimento. La maggior parte di esse vengono quasi totalmente recuperate o compensate con un intenso intervento di fisioterapia specializzato.
Tra le conseguenze psicologiche possono essere frequenti stati di ansia e depressione, ma ancora più comune sono i cambiamenti sul piano emotivo-comportamentale, soprattutto se il danno ha colpito i lobi frontali.
I lobi frontali sono, infatti, fondamentali non solo per le nostre capacità di pianificazione ed esecuzione di azioni ma anche per sostenere il comportamento. Un danno a queste aree potrebbe comportare un vero e proprio cambiamento di personalità con la comparsa di tratti di impulsività e disinibizione o, al contrario, apatia e demotivazione/disinteresse.
Alle sequele psicologiche si accompagnano quelle neuropsicologiche, che interessano spesso più domini cognitivi, come la memoria, il linguaggio, le abilità visuo-spaziali, del ragionamento oltre che, appunto, di pianificazione ed attenzione.
Le funzioni cognitive deficitarie e il grado di compromissione dipendono dalle aree cerebrali lesionate e necessitano di essere indagate approfonditamente da psicologi specializzati, mediante un’analisi qualitativa e quantitativa di test specifici.
Un mirato intervento neuropsicologico di riabilitazione, strutturato sulle specifiche esigenze del paziente, ha come fine ultimo quello di restituirgli la maggior autonomia possibile.
La famiglia e i caregiver
L’ictus è un evento improvviso ed importante che, purtroppo, non coinvolge solo il paziente ma stravolge tutte le dinamiche familiari e sociali a lui associate.
La famiglia si trova fin da subito ad affrontare una situazione critica, fatti di incertezze e difficoltà che senza i giusti aiuti possono sembrare davvero insuperabili.
Abbiamo preso in prestito dall’inglese anche il termine caregiver, che letteralmente significa “dare cure” e designa il ruolo dei familiari che si prendono cura di un paziente in difficoltà.
Ma cosa significa essere caregiver?
Questa figura si declina in una duplice visione, da una parte abbiamo l’intervento attivo dei caregiver nel percorso riabilitativo del paziente, dall’altra, c’è la necessita di supportare a loro volta i caregiver perché, come si è detto, l’ictus riguarda tutta la famiglia.
Vediamo questi due aspetti nel dettaglio:
- Il caregiver nel percorso di cura: coinvolgere i familiari nel piano riabilitativo (fisioterapico e neuropsicologico/logopedico) ha molteplici riscontri positivi. Il paziente può sentirsi più a suo agio e il caregiver può apprendere direttamente come prestare aiuto una volta che si tornerà a casa. Che sia la corretta postura da adottare per sedersi o le modalità di comunicazione più efficaci nei disturbi linguistici (afasia), sapere cosa fare quando non c’è il terapeuta fa si che la riabilitazione abbia risolti più ecologici e continuativi.
- La cura del caregiver: anche chi sostiene ha bisogno di essere sostenuto. Proporre ai caregiver un percorso di supporto psicologico, dove offrire un posto sicuro per affrontare ansie, paure e preoccupazioni, cercando di capire perché e quali strategie possono essere attuate per gestire al meglio le difficoltà è di fondamentale importanza.
È bene non sottovalutare mai l’importanza del benessere, fisico e psichico, di chi si prende cura degli altri. La buona riuscita di qualsiasi intervento riabilitativo non può prescindere da una solida alleanza con paziente e caregiver.